La cucina? Un piacere innanzitutto intellettuale!
Mi è stato chiesto da Voiello di raccontare quello che per me è il piacere vero. Non mi sono stati dati limiti, mi è stato detto che potevo raccontare di tutto (beh, in effetti forse un “limite” implicito c’era…ehm ehm!) e non necessariamente di cucina. Ma io è solo di questa che voglio parlare. D’altronde, passo le giornate a tediare chiunque abbia l’insana tendenza a darmi retta, figuriamoci se non approfitto anche di questa occasione…
Contrariamente a quanto si pensi, la cucina per me è innanzitutto piacere intellettuale (ed esiste -mi chiedo- godimento più elevato di quello intellettuale?). Sì, perché nonostante l’indubbio beneficio fisico (che -sia chiaro- resta condizione necessaria alla riuscita di un piatto), ciò che più mi esalta di quest’ ars è l’infinito gioco intellettuale che può offrire.
Forme, colori, sapori, ma anche significati e trasposizioni semantiche.
Vado raramente a mangiare al ristorante (troppo difficile abbandonare la mia cucina -spesso per delle prestazioni deludenti- e troppo appagante godere della compagnia degli amici a casa) ma quelle poche volte che lo faccio ho bisogno anche di questo nutrimento, per tenere la mente allenata e acquisire preziosi stimoli da mettere a frutto.
La “panza piena” al giorno d’oggi non dovrebbe essere più sufficiente. I tempi sono cambiati e le possibilità di nutrimento nel mondo occidentale non sono negate ormai più a nessuno. La cucina d’autore (e -perché no?-anche quella casalinga) si sta orientando sempre più verso nuovi orizzonti o, meglio, verso la reinterpretazione, in nuove vesti (spesso alleggerite e più consone al regime alimentare moderno), delle preparazioni tradizionali.
Non si tratta di “dissacrare”, ma al contrario, di reinvestire su sapori noti operando sulle forme e sui gusti, senza per questo scioglierne gli equilibri interni. Perché, allora, non iniziamo a pensare di mangiare, oltre che a nutrirci? E se certi intellettualismi in cucina non sono solo sterili “giochini” ma nuovi veicoli di creatività e intelligenza, allora perché condannarli? Se il gioco è fondato e si basa su una conoscenza approfondita della materia, perché tacciarlo di peccato?
Perché non acconsentire al godimento di un’esperienza olistica oltre che meramente sensoriale, nel massimo rispetto dei prodotti che la Terra ci regala?
Ciò detto, mi scuso per l’indiscusso tedio che vi avrò procurato (ve l’avevo detto…), ma per me, non esiste piacere più vero di questo.
“Gli animali si nutrono, l'uomo mangia; solo l'uomo intelligente sa mangiare”
A. Brillat-Savarin




Commenti
Ciao Virginia, non sai quanto sia d'accordo con te. Tanto che ritengo che la mia cucina debba essere più e meglio di un ristorante, perché la familiarità e la comodità, abbandonati i formalismi dell'etichetta, deve necessariamente essere un prerequisito per potersi dedicare con relax e tranquillità all'immersione dei sensi.
Sposo in pieno la citazione di Montalban che definisce il cuoco "un mago che trasforma il cibo in emozioni".
Ma sono altrettanto fermo sul concetto primitivo di piacere del palato: se è vero che il cibo è percepibile anche con gli altri sensi, penso li debba solleticare, stimolare, ma non appagare. Altrimenti si rischia di ricercare la "mise en place" fine a se stessa, dimenticando l'autenticità della semplicità degli alimenti
;-)
Ben detto, Pepe! Sono contenta che tu sia sulla mia stessa lunghezza d'onda.
E hai fatto bene a parlare di "emozioni". Ci sono piatti che sanno magicamente comunicare anche quello...
Gran bel post, invece Virginia: tutt'altro che tedioso, ma stimolante. La cucina come piacere intellettuale: bisognerebbe organizzarci un dibattito, magari a tavola... :)
Marco, mi sembra un'ottima idea!
Ti confesso che sto cercando di scriverci anche una tesi di laurea (in filosofia), ma non è facile riuscire a sdoganare una materia come la cucina.
Ti ringrazio per il commento.
Cara Virginia, concordo in pieno con l'accento che tu poni sulla componente intellettuale del piacere di cucinare e di mangiare. E di farlo sapere agli altri. Nell'ordine, e secondo il mio punto di vista.....
Il piacere di cucinare - Come si fa a non definirlo tale? E' piacere creare una ricetta, e' piacere cambiare in corso d'opera gli ingredienti o il loro ordine di utilizzo; e' piacere guidare la trasmutazione di amorfi ingredienti in un unico risultato, quello voluto; e' piacere puro constatare che tutto e' andato come si era pensato; e' anche piacere accomodare e rendere piu' gradevole all'occhio la preparazione. E' anche un piacere solitario: quando io cucino intorno a me non voglio nessuno. Divento nervoso quando altri vogliono guardare dentro le mie casseruole, curiosare, annusare, o anche -Dio ne scampi- assaggiare. Reagisco anche bruscamente, mia moglie mi definisce "una diva". Penso anche, pero', che il piacere diminuirebbe molto se cucinare fosse un obbligo e che non contemplasse la creazione.
Il piacere di mangiare - Qui non c'e' dubbio: niente mi rilassa e mi spazza la mente come sedersi davanti a un piatto fumante. Sempre combattuto tra il contemplare il "mio" piartto e precipitarsi a consumarlo. A volte il piacere fisico prevale su quello intellettuale, ma e' anche giusto che sia cosi', altrimenti che cuciniamo a fare?
Il piacere di farlo sapere agli altri - Ero restio ad aprire un mio blog, pensavo che fosse una esagerata esaltazione dell'io. Leggendo altri tipi di blog vedevo che erano tutti in prima persona e che il colloquio era ridotto al minimo, a volte a zero. Quelle si, erano attivita' onanistiche. Poi, anche dietro tuo consiglio, Virginia, mi sono affacciato al mondo dei blog di cucina, e l'ho trovato equilibrato e ricco di interattivita'. C'e' , questo si, la voglia -piu' o meno nascosta- di essere considerato bravo dagli altri, anzi piu' bravo. Ma il genere umano non e' perfetto, e i foodblogger non fanno eccezione.
Ecco, Virginia, ho finito (era ora, dira' qualche lettore). Un caro saluto.
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